Dall’inedito “Caravaggio e le ombre dell’anima”
di Matteo Ricucci
Artemisia Gentileschi fu attenta testimone di quella fervida fucina di idee nuove intorno alla tecnica naturalista del Caravaggio. Imparò presto a ritrarre, da modelli presi dalla strada, personaggi veri, reali, con tutti i loro pregi e difetti, superando in ciò anche il padre. Con l’acquisizione di un’assoluta padronanza del disegno imitò la natura con perfetta fedeltà, alla stessa stregua d’un maturo maestro, conquistando una sapienza che la mise in evidenza, ancora in giovane età, come futura promessa dell’arte pittorica. All’alba di quel nuovo secolo le fiamme del rogo bruciarono un libero pensatore come Giordano Bruno e, per un privilegio concesso alla nobiltà del sangue, alla bellissima fanciulla di nome Beatrice Cenci, rea di complicità nell’assassinio del proprio padre, suo fornicatore e suo stupratore, fu risparmiato il fuoco purificatore e, al contrario, le fu concesso, dalla graziosa munificenza di Papa Clemente VIII Aldo- brandini, il taglio della testa con l’affilata spada di giustizia. Il rosso fulgore delle fiamme e il sinistro bagliore della lama di acciaio temprato, non insegnarono assolutamente nulla perché l’umanità continuò a percorrere, con cocciuta determinazione, gli stessi sentieri di sempre. Artemisia creava preferibilmente personaggi storici femminili. Posando nuda davanti a un capace specchio, lei imitava se stessa e, nel farlo, giungeva a una tale perfezione compositiva che nulla aveva da invidiare all’arte dei più insigni maestri del Rinascimento. Non è il caso di prolungarci nel seguire la carriera artistica di Artemisia, basta dire che fu corteggiata da re, da nobili e da potenti prelati e pare che lei non fosse solo prodiga dei suoi stupendi lavori ma anche delle sue grazie, per sua insindacabile e libera scelta del maschio di turno, per poi buttarlo via, come ciarpame, quando il suo interesse erotico scemava. Penso che se veramente si comportò in tal modo, non lo fece come loro vittima, ma come vendicatrice del proprio orgoglio ferito. Nonostante la sua drammatica esperienza, lei finalmente visse quel vero amore tanto sognato con un nobiluomo fiorentino, Francesco Maria Meringhi, ma anche questa felice parentesi ebbe fine come tutto ha fine sotto questo cielo. Il rapporto con il padre, che nel frattempo si era trasferito in Inghilterra alla corte di re Carlo Primo Stuart, lentamente si esaurì e il povero Orazio morì di malinconia e di solitudine. Lei continuò a lottare con fierezza contro il pubblico pregiudizio e si vendicò della brutalità dei maschi, dipingendoli sempre come vittime predestinate del coraggio femminile e del diritto delle donne di usarli alla loro stessa maniera e, quando la misura oltrepassava un limite sopportabile, giustiziarli senza esitazione.