Lorenzo Lavia a Macerata

Bravo e garbato

 

lorenzo laviaDagli anni ‘60 a oggi, “Colazione da Tiffany” è un vero e proprio cult movie. La versione teatrale, magnificamente diretta da Piero Maccarinelli, è fedelissima al romanzo di Truman Capote. Rispetto al film, la storia è ambientata negli anni ‘40, il linguaggio di Holly è più spregiudicato, non c’è il lieto fine dell’amore che trionfa e Fred – alias William Parsons – alias Paul Varjak (nel film) è un uomo timido e imbranato che scopre la sua omosessualità grazie all’incontro con la protagonista. L’impacciato e divertente Fred è l’alter ego di Capote e, in carne ossa sul palcoscenico, è il giovane e talentuoso Lorenzo Lavia. L’attore divide la scena con Francesca Inaudi (Holly), vicina a Marilyn Monroe per la sua fisicità, così come avrebbe voluto Capote, deluso dalla scelta cinematografica della Hepburn. In scena Lavia è bravissimo, di persona è garbato e alla mano. Sul campanello dell’imprendibile Holly, c’è scritto “In transito”, a riprova del fatto che lei non voglia dare un nome a persone e a cose perché, a parer suo, ogni definizione o etichetta è una sorta di gabbia. Oggi viviamo in un mondo sempre “in transito”, che ci sfugge di mano: il posto di lavoro è “in itinere”, così come la cultura. Lei cosa ne pensa? “E’ pur vero che la situazione lavorativa è critica, che le buste-paga sono sempre più basse, ma oggi essere in transito è, prima di tutto, una condizione mentale, è tipico della nostra epoca a cui non possiamo dare una definizione. Saranno i posteri a consegnare un nome a questo periodo, noi che ci viviamo dentro non riusciamo a farlo. In transito siamo anche noi attori teatrali, sempre in tournée, per noi essere in viaggio è un fatto sia fisico che mentale”. Per quanto concerne la cultura vacillante, cui sono state tagliate le gambe, Lavia dice: “Bisogna vedere le cause a priori dei tagli alla cultura. In realtà, la politica è castrante perché i poli tici sono ignoranti; l’essere umano in generale lo è. Molti vogliono occuparsi di cultura perché fa tanto radical chic, ma pochi sono davvero colti e preparati. Il vero intellettuale non è interessato al potere e non ha tempo per dedicarsene. Costruirsi un bagaglio culturale richiede impegno e fatica”. Così dalla mise en scène, Holly: “Da Tiffany (la gioielleria) mi sento a casa più che in qualsiasi altro posto del mondo”. “Io vado pazza per Tiffany, specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie”. In un’altra scena, Fred: “Tu hai Tiffany, io ho Joe Bell! (il barman che gli versa da bere)”. Chiediamo a Lavia se gli capita di avere le paturnie. “Eccome! Sempre. Mi passano solo quando sono a casa mia”. Ci parli del suo personaggio. “Il regista ne ha accentuato volutamente l’aspetto goffo, rendendo William-Fred il classico imbranato. In tal modo il protagonista ha una tipizzazione che è facilmente identificabile e infatti arriva al pubblico. Se avessimo messo in evidenza tutte le sue sfumature psicologiche, il pubblico non ne avrebbe colto la vera natura”. Il regista con cui vorrebbe lavorare? “Uno bravo!” Tutto qui? Altri attori ne definiscono in modo dettagliato le caratteristiche… “Lo fanno per risultare più interessanti e più charmants, in realtà è solo una pantomima”. L’attore e l’attrice con cui vorrebbe lavorare o, se non viventi, con cui avrebbe voluto lavorare? – “Certamente Eleonora Duse, Ermete Zacconi”. Lei ha portato spesso Shakespeare a teatro, meglio il teatro classico o il teatro moderno? “Preferisco il classico perché scritto da geni e perché è caratterizzato da un linguaggio che mi emoziona maggiormente. Con ciò, non faccio una critica al teatro contemporaneo”. Le piacciono le rivisitazioni dei classici? “Se fatte bene sì. Il classico facilita il buon risultato di una rivisitazione moderna”. Ci sembra di intuire che l’attore Lorenzo Lavia dimentichi tutte le sue paturnie anche quando è lassù, sul palcoscenico e pure noi spettatori, mentre siamo rapiti da una sua magistrale interpretazione, dimentichiamo per un po’ le nostre.

Raffaella D’Adderio

 

 

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