Il racconto di questa estate
Porto Recanati. Estate. Domenica. Due uomini sui 50 passeggiano fra la folla lungo viale Lepanto, davanti al mare. L’uno è calvo, basso, ha la pancia. L’altro è alto, atletico, moro. Sono amici d’infanzia. Amici di scuola. Colleghi d’ufficio. Il calvo, con il viso accenna qualcuno. L’altro guarda. L’accennato è un vecchietto d’una ottantina d’anni e più. Ha le spalle curve. Il viso triste. Gli occhi agitati. Una badante, giovane, robusta, lo porta a spasso, a braccetto. E’ di San Ginesio, del nostro paese, dice il calvo. La sua storia è incredibile. Te la racconto perché ne vale la pena. Vieni, sediamoci a quel bar. Adesso i due stanno seduti, comodi. Hanno preso una granita al limone e se la gustano con calma. Il calvo attacca: Si chiama Alberto, dice. Alberto Rinaldi. I Rinaldi! Te li ricordi? Famiglie di avvocati da sette generazioni. Ricchi. Quando eravamo ragazzi abitavano ancora a San Ginesio. In quel palazzone ottocentesco sulla piazza principale. L’altro, un po’ smarrito, pensa. Cerca di ricordare. Il padre, d’inverno, andava sempre in giro con quel gran mantello nero. Era l’unico a portarlo. Un eccentrico, dice ancora il calvo. Ah, sì, adesso sì. Il padre me lo ricordo. E anche la madre. Una gran bella signora. Ah, sì, sì, adesso ricordo anche lui. Andava sempre in giro con il fratello più grande di tre quattro anni. Sono morti tutti, continuò il calvo, è rimasto solo lui che adesso vive a Ascoli con la badante. Andò così. A quei tempi quel vecchietto aveva di 22 anni e frequentava Legge a Torino. Ma i mesi d’estate li passava sempre dai suoi. Un’estate a San Ginesio venne un bel pezzo di ragazza. Diciott’anni. Alta. Snella. Bionda. Occhi azzurri. Una vera bellezza. Era di Ferrara. Era la nipote del preside dell’istituto magistrale. Alberto ebbe modo di conoscerla subito perché le famiglie erano amiche. E se ne innamorò all’istante. Lei corrispose, perché anche lui era un bel ragazzo, brillante, di buona famiglia… Tutto filò liscio per qualche mesetto. Ma, ecco, lei conobbe uno di Amandola, sui 35 e passa anni e sposato di fresco. Un nullafacente. Un poco di buono. Lei, Giulia, così si chiamava, se ne innamorò. E lasciò Alberto, così, su due piedi. Lui ci rimase male. Malissimo. Non mangiava. Pian-geva. Si disperava. Divenne un cruccio per i suoi, specie per sua madre che lo vedeva deperire giorno dopo giorno.Giulia fu rispedita subito a Ferrara, ma per Alberto non ci fu niente da fare. Seguitò a disperarsi, a non darsi pace. Avevano una villetta vicino Siena e la madre tanto disse e tanto fece che riuscì a convincerlo di andare a caccia là in Toscana con alcuni suoi amici che condividevano con lui quella passione. Partirono e tornarono dopo tre settimane. Il giorno prima del ritorno, l’amante di Giulia era stato trovato morto nel suo letto. Con una coltellata al cuore. Il delitto era avvenuto fra le 5 e le 5 e 30 del mattino. Lo scoprì la moglie quando si svegliò. Appena ritornato la madre informò Alberto dell’accaduto. Allora lui uscì, andò in caserma e al maresciallo dichiarò di essere stato lui ad assassinarlo. Nel preciso istante che Bruno veniva ammazzato disse di aver sognato di staccarsi dal proprio corpo. Dapprima sorpreso, frastornato, intimorito, si era li-brato per un po’ al di sopra del letto. Poi era uscito dalla camera senza difficoltà perché non trovava alcun ostacolo a traversare muri, porte e finestre chiuse. Con la stessa velocità del lampo era andato prima a Ferrara, in casa di Giulia. E poi a casa di Bruno. Anche Bruno dormiva, la moglie accanto, addormentata pure lei. Davanti a Bruno che dormiva, disse di essere stato colto da un’ira irrefrenabile, di essere andato quindi in cucina di aver preso il coltello e di averglielo conficcato nel cuore. La moglie non si era accorta di nulla, perché Bruno era morto senza neppure un gemito. Sopraffatto dalla paura, allora, aveva fatto ritorno in un lampo nella sua camera, nel suo letto, nel proprio corpo. E ecco, appena rientrato nel corpo, si era svegliato, sudato e stanchissimo. Ricordava molto bene che al risveglio il suo orologio segnava le cinque e dieci, l’ora in cui era avvenuto l’omicidio. Il maresciallo ascoltò sbalordito e un po’ scettico. Che era stato ucciso con il coltello da cucina fra le cinque e le cinque e trenta del mattino ormai lo sapevano tutti. Dai giornali. Il maresciallo comunque verbalizzò e trasmise il tutto ai superiori. Dalle indagini risultò che Alberto non si era mai mosso da lassù in Toscana, e tanto meno quel giorno. I suoi due amici e la famiglia che abitavano al piano terra in cambio di tenere ordinati villetta e giardino ne furono testimoni. In sogno non si uccide nessuno. La pratica, dopo quattro mesi, fu archiviata definitivamente. Del vero assassino di Bruno non se ne seppe mai niente. Comunque sia, caro amico, la faccenda ha preso questa piega: quel vecchietto, da quel giorno, è vissuto per espiare un delitto che solo lui crede di aver commesso.
Adriano Accorsi