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Un pezzo di storia di Macerata: il quartiere Ficana

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Un piccolo gioiello costituito da una cinquantina di case di terra tutte restaurate
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Ficana è un agglomerato di case del rione Santa Croce e, oggi, è un piccolo gioiello costituito da una cinquantina case di terra completamente restaurate e, in parte, abitate. Ma partiamo dall’inizio.

 

Il contadino e la cappa del camino…

Siamo nel primo ventennio dell’ottocento e i nobili maceratesi hanno bisogno di manodopera, artigiani, contadini, carrettieri, eccetera ma non li vorrebbero troppo vicini. La nobiltà diceva: “Se metti un contadino nella cappa del camino e, dopo venti anni lo tiri giù, puzza sempre di contadino!”(Se mitti ‘n contadì’ su ppe’ la cappa d’un camì’, quanno lu tiri jó puzza sembre de contadì’) per cui dovevano trovare un posto, non tanto lontano ma neanche tanto vicino, per far fare le case a questi lavoratori. 

 

I braccianti e le case di terra

Tre piccoli proprietari terrieri della zona, fiutato l’affare, consentirono ai braccianti di costruire le case di terra sulla loro proprietà, nacque così Ficana. Per un certo tempo, però, i maceratesi, gli abitanti del centro storico (li vrugnulù), che si sentivano superiori, vista la modestia della gente che ci abitava avevano detto, per  gioco, che il nome del quartiere derivava dal fatto che ci abitavano tante “donnine allegre “ ma ciò non era vero. Dunque i vari braccianti, preso possesso del posto, iniziano a costruire le case ma non sono in grado di acquistare i mattoni in laterizio e allora se li fanno da soli, scegliendo nelle vicinanze la terra giusta e, dopo aver fatto varie prove, prendendo quella più idonea. La mescolano con paglia finemente tritata e letame maturo e hanno così un eccellente composto per fare i mattoni o, usando tavole, con le quali creare dei grandi contenitori che daranno la forma, per erigere il muro delle case.

 

Lu rajìutu

Ma una sola famiglia non è in grado di farsi casa e allora ecco che, anche qui, come per la mietitura e la trebbiatura, avviene “lu rajiutu o scammiu dell’opere” (il riaiuto o scambio delle opere ) e tutte le persone del gruppo prendono parte dando una mano, per quello che sanno e che possono, alla costruzione della casa.

 

Lu lòcu

Le abitazioni sono piccole, su due piani, non hanno bagno perché i bisogni corporali si facevano di fuori in un apposito sito detto “lu lòcu” (il luogo), attrezzato modestamente, e ci si lavava in casa nella bigoncia di legno con l’acqua riscaldata, con il caldaio, sul camino. L’ordine era che, nella stessa acqua, prima facessero il bagno i bambini, poi le donne e infine gli uomini e solamente allora l’acqua veniva gettata via.

 

Una vita difficile

La vita era difficile. Gli uomini lavoravano da mattina a sera per i nobili che li pagavano poco e con scarsa puntualità, le donne andavano in giro a raccogliere verdure spontanee e legna da ardere per poi cuocerle. Durante il periodo della mietitura andavano in campagna a dare una mano e poi si facevano autorizzare a fare le spigolatrici e raccoglievano il grano rimasto nei campi dopo la mietitura.  Finito il lavoro chiedevano “la jumella” (era il contenitore formato dalle due mani affiancate) e i contadini, se l’annata era stata buona, facevano godere anche loro altrimenti davano solo quel poco che potevano.

 

…‘ché l’ójo è caro

La vita, tuttavia, era abbastanza serena perché le famiglie erano unite e compatte. Sia l’uomo che la donna arrivati alla sera erano sfiniti e, andati a letto, iniziavano a recitare le preghiere, alla luce della lanterna a olio ma, ben presto, vinti dalla stanchezza, dicevano la ormai famosa frase per scusarsi con Dio: “Vònanotte Gesù ‘ché l’ójo è caro!” (Buonanotte Gesù perché l’olio è caro e non si può sprecare) ma solo perché stavano cedendo alla stanchezza e al sonno ristoratore.

Cesare Angeletti

12 gennaio 2018

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