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La paura, lu lupupanà, le sdreghe e ‘rdiàulu

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Vecchie superstizioni difficili da cacciare di Mario Graziosi e Paolo Carlino
lupo mannaro

La paura è un particolare sentimento che può guidare le persone a evitare pericoli ed errori di varia natura. Almeno finché rimane nel suo naturale “equilibrio armonico” con tutti gli altri aspetti dell’animo umano. Però spesso è esacerbata e distorta, semplicemente perché non si è a conoscenza di fatti e situazioni che potrebbero, invece, cambiare in modo sensibile la nostra prospettiva nei suoi riguardi.

 

Oggi ci sono meno soggezioni

Dalla seconda metà del XX secolo si sono compiuti passi da gigante in avanti in fatto di cultura, anche grazie alla maggiore scolarizzazione e alla diffusione di tutti i mezzi d’informazione di massa, che continuano a evolversi infondendo nelle persone, almeno in apparenza, un senso di quasi onnipotenza e, quindi, a volte, di spregio nei confronti della paura. I giovani d’oggi, sempre che non siano dei cultori di fumetti o di filmografia “horror”, mai hanno sentito parlare de lu lupupanà (il lupo mannaro), cioè del licantropo e magari di sfuggita, de le sdreghe (delle streghe): “scaltre produttrici” di graffi, incantesimi, guarigioni e poco più, abitatrici del mondo di alcune favole. Oggi nominare rdiàulu (il diavolo) non è più un tabù né, tantomeno, la sua figura riesce a produrre profondi e giustificati timori.

 

Appellativi allusivi

In tempi non troppo lontani, invece, quando lo si voleva esorcizzare o, più semplicemente, “usare”, per spaventare i bambini in modo da indurli all’obbedienza, non ci si permetteva nemmeno di pensare il suo nome, scegliendo al suo posto appellativi allusivi come: lu momò, lo cattìo, la paura ecc. “La paura” era il nome più utilizzato. Ricordiamo persino minacce del tipo: “…sennò ‘rrìa lu moscjó!” Ma questa è un’altra storia.

 

Le serate intorno al camino acceso

A casa nostra l’energia elettrica arrivò quando avevo 10 anni e, prima di allora, nelle lunghe serate invernali, appesantiti nel corpo e nello spirito dalla faticosa giornata avviata alla sua conclusione, ci si trovava riuniti attùnno a la ròla, co’ la luce de lu fócu, ar massimo ‘ccombagnàta da la luce de ‘na luma (intorno all’orlo del camino, con la luce del fuoco, a volte accompagnata dalla luce di un lume a petrolio).

 

La descrizione dell’ambiente

L’ambiente era talmente magico e carico di mistero da fare sicuramente invidia al miglior scrittore di romanzi fantasy: Fuori la luna piena proiettava lunghe ombre sulla campagna, dando vita a zone illuminate dalla sua  luce argentata  e a zone dove le oscurità si facevano sempre più scure e nelle quali qualche coraggioso grillo rompeva un silenzio altrimenti inquietante…  Dentro la casetta le persone sedute attorno al camino avevano i volti illuminati dalla luce color rosso vivo delle fiammelle, mentre alle loro spalle la semi oscurità si popolava di decine e decine di ombre tremolanti, provocate dal fuoco e dal timido lumicino di una lampada a olio. Quelle ombre sembravano anime inquiete che si muovevano allungandosi lungo il pavimento e sulle pareti, fino a ghermire gli oggetti poggiati sulle mensole, sul tavolo e nell’acquaio, il tutto a scandire l’inesorabile scorrere del tempo… Le ombre insaziabili poi giungevano ad avvolgere tutti i presenti nelle loro oscure spire, fino a produrre in loro un brivido fugace e inaspettato…

 

I racconti

Ritengo che quello fosse l’ambiente ideale per provocare stati ipnotici tali da offuscare persino la razionalità del più incallito pragmatista. Un ambiente nel quale la tensione era centuplicata da discorsi tipo: “A quillu j’ha muccicato lu cà’ (o lu gattu) guastu, ammó po’ èsse’ cha vvà a lupupanà! (Il tale è stato morso dal cane [o dal gatto] rabbioso, ora può essere che diventi licantropo!); So’ passatu vicino a quella nùcia, tutta ‘na bbòtta ‘n smarraréccia..! Mica era gatti sa’! Era tutte sdreghe! Che paura! (Sono passato vicino a quel noce, quando all’improvviso è esploso un violento miagolio..! Mica erano gatti sapete! Erano tutte streghe! Che paura!). Si parlava de lècca e purchitti  d’oro  (di scrofa  e di maialini d’oro) quando si voleva rendere il più reale possibile la visione di misteriosi e diabolici lampi di fuoco.

 

Il fatto accaduto a Loro Piceno

Questi sono solo pochi esempi che ho voluto citare solamente per rendere più palpabile lo stato d’animo nel quale si poteva facilmente scivolare in quei particolari momenti. E spero tanto di riuscire a farvi comprendere, seppur minimamente, il mio stato d’animo quando udii mio padre raccontare che… “Lungo la strada che da Loro Piceno conduce alla frazione di Varco c’è una chiesetta dedicata a San Rocco. Sotto a ‘nu spigulu de quella chjesa ce statìa ‘na pignatta (Sotto a un angolo di quella chiesa c’era una pentola di terra cotta) che qualcuno aveva a suo tempo riempita di gioielli e monete di varia fattura: il classico tesoro! Poco dopo la fine dell’ultima guerra, a notte fonda e nel lugubre silenzio di quel luogo, alcune persone andarono a scavare vicino alla chiesetta portando con loro pale e picconi. Per proteggersi da ogni tipo di malvagia influenza , infatti, ave vano pensato d’infilarsi in tasca anche la ‘corona mariana’, che male di certo non avrebbe fatto a quelle umili e timorate persone. Alcuni partecipanti all’impresa, qualche tempo dopo, cominciarono a rivelare di aver visto e udito cose assai misteriose: chi aveva sentito rumori strani e assordanti, chi aveva visto lampi accecanti. C’era stato naturalmente pure chi non aveva visto né udito nulla. Proprio com’era successo per il tanto agognato tesoro, che se mai ci fosse stato… era rimasto lì”.

 

Storie raccapriccianti

E a proposito di tesori, la vicinanza al nostro “magico camino” non mancava certo d’ispirare anche i più raccapriccianti racconti. C’era infatti chi sosteneva  che  colui  il quale avesse avuto la necessità di nascondere un tesoro e ne avesse voluto salvaguardare il più a lungo possibile l’integrità, si sarebbe dovuto macchiare di un orrendo crimine: avrebbe dovuto uccidere un uomo e avrebbe dovuto imporre alla sua anima di restare a guardia del tesoro fino a quando non si fosse presentato qualcuno a prelevarlo pronunciando la giusta “parola d’ordine”. L’anima, a quel punto, sarebbe stata liberata così da poter finalmente raggiungere la destinazione che le sarebbe spettata.

 

La grotta

Tornando alla chiesetta dedicata a San Rocco, posso dire che poco distante da essa, più precisamente sul lato opposto della strada, si trovava una grotta della quale ricordo l’apertura rettangolare di circa un metro di altezza. La suggestione provocata dai racconti che avevo udito nei suoi riguardi però non mi consentì di addentrarmi nelle sue oscure profondità, nemmeno quando avrei potuto farlo senza particolari problemi fisici e di coscienza, cioè prima dei miei tredici anni. Forse si trattava di un nascondiglio, o magari di un improvvisato rifugio antiaereo scavato durante l’ultima guerra; comunque rimaneva il fatto che dentro quella “grotta” ristagnava dell’acqua, e c’era chi affermava che certe notti..: de llà dendro se sènde spandanà’, cioè che da dentro quella grotta provenissero rumori provocati da acqua agitata con grande forza. Fenomeno ovviamente attribuito, senza alcuna esitazione, all’agitato agire di un lupo mannaro. Come se tutto ciò non bastasse, si diceva che a volte, “di notte”, sopra a quella strada, era stata vista ergersi una figura umana talmente grande da riuscire a poggiare un piede sul tetto della chiesetta e l’altro all’imboccatura della grotta… cos’altro avrebbe potuto essere se non l’anima del guardiano del tesoro?

 

Passai lì vicino accompagnato da… “La paura”

Il tempo passò e con quel bagaglio di credenze e di racconti veri, immaginati o costruiti per incantare o impressionare i loro uditori (racconti che porterò sempre con me), mi trovai a percorrere da solo, sul calar della notte, proprio quella strada. Avevo undici o dodici anni. Ricordo come a ogni passo cercassi di guardare con particolare attenzione dove stessi mettendo i piedi e come tentassi di affinare il più possibile l’udito, mentre i miei occhi si spingevano in ogni direzione. Giunsi alla chiesetta. Fissai l’oscurità, là dove si trovava la grotta da dove sarebbe potuta balzar fuori, in ogni momento, una orrenda creatura dalla quale difficilmente mi sarei potuto difendere. Passai oltre. Non vidi e non sentii niente… fuori dal mio essere ma dentro di me il tumulto continuò, e per lungo tempo, a far sentire il suo assordante rumore. Quel tumulto era sicuramente “la paura”, che aveva voluto farmi compagnia…

14 novembre 2017

 

 

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