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Messaggi nascosti nelle leggende del Monte Francolo

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La castellana e il telaio – il cane nero e la chioccia coi pulcini d’oro
monte francolo visto dalla zona archeologica

Dal libro ormai irreperibile intitolato “Il Passo di Treia” di Arcangelo Caracini, riporto integrale il capitolo Leggende di Monte Francolo che ritengo interessantissimo.

 

La castellana e il telaio

Nelle lunghe notti d’inverno la nonnina accanto al fuoco, raccontava agli attenti nipotini: “C’era una volta… su alla rocca in cima al monte una bionda castellana bella come il sole. Un prode cavaliere se ne innamorò perdutamente e la chiese in isposa. Erano già stabilite le nozze quando scoppiò la guerra e l’amato dové partire per lontani paesi. Ella giurò che l’avrebbe atteso tessendo una tela dai fili d’oro. La tela ormai si allungava… si allungava, ma del prode cavaliere non si seppe più nuova e non tornò più. Consunta dal dolore e senza speranza, la bionda fanciulla lentamente deperì e un giorno fu trovata morta, china sul telaio. La tela di fili d’oro fu la sua coltre… Nelle serene notti di estate, quando i grilli cantano e dal fondo della valle sale il gorgheggio dell’usignolo, dicono si senta ancora lassù come una eco lontana, un telaio che batte e una spola che corre.

 

Il cane nero e la chioccia coi pulcini d’oro

Quando invece di notte fischia il vento e infuria la bufera, su alle grotte del Diavolo c’è un grosso cane nero che sinistramente latra ed è di guardia a una chioccia e a molti pulcini d’oro. La gente che passa per il sentiero sottomonte si fa il segno della Croce e affretta il passo. Un vecchio che diceva di non credere al Diavolo volle sfidare il pericolo e in una notte oscura salì sul monte per rubare il tesoro. Non fece più ritorno. Che ne fu? Si disse che il Diavolo l’avesse preso e trascinato con sé entro le grotte che sprofondano nel monte e che fanno capo alla grotta di Sant’Amico in Rambona.

 

Commento alla prima leggenda

Perché la nonna racconta alla nipotina una storia così triste? È quasi insopportabilmente triste. Si fa fatica a chiamarla favola. Vuole insegnarle che tutto muore, anche l’amore, la bellezza, la ricchezza, il potere? …ma la nipotina potrebbe anche dirle che non le è stato insegnato ancora cosa sono queste cose. Perché è molto triste: la leggenda del Monte Francolo è un autentico lead romantico, di amore e morte, lei, la castellana, è bionda, bella come il sole, abita in un castello, sul monte, tesse fili d’oro. Strana la collocazione su un monte così brullo, dove non abita alcuno. Forse un tempo si  commerciava  con  Bisanzio,  da lì arrivavano la seta, i fili d’oro… Lui, il cavaliere è: prode, innamorato, la chiede in sposa, ottiene il consenso, le nozze sono fissate. Nulla si oppone. Ma invece la guerra. Deve andare e non torna più. Più nessuna notizia. Aspetta, aspetta, lei, consunta e senza speranza, deperisce e muore. Una lezione alla nipotina: anche l’amore nato sotto i migliori auspici è soggetto alla morte. Potrebbero però esserci delle radici storiche anche in questo racconto di fiaba. I fili d’oro, forse di origine bizantina, la castellana, la rocca, sul monte Francolo. Questa leggenda può essere di epoca medievale e far riferimento alla fine del Sacro Romano Impero. Il prode cavaliere potrebbe aver seguito il suo imperatore, Federico il Barbarossa, nello scontro a Legnano, contro i Comuni della Lega. Sconfitto inaspettatamente e bruttamente, l’Impero fu trasferito e dall’Italia, forse proprio dalle Marche, in cui si era stabilito da quattro o cinque secoli, andò Oltralpe, fece un trasloco: la Translatio Imperii. E qui, nelle Marche, proprio su queste colline, tra Urbisaglia e Pollenza, compreso il monte Francolo, i Comuni e la Chiesa fecero sparire ogni traccia dell’Impero. Nella fiaba le nozze non erano ancora state consumate, quindi nessun erede legittimo poteva accampare diritti. Tutto fu distrutto, compreso il castello, e anche nel testo di Caracini si parla, in una nota, del fatto che il monte Francolo, che era a forma di piramide, più alto e scosceso di adesso, venne “scucuzzato” e scassato, e adibito all’agricoltura, che anche adesso non è la sua vocazione. Della più alta nobiltà imperiale e feudale non rimase più nulla, solo la leggenda. Non è escluso che, portata anche essa oltralpe, abbia costituito quel nucleo di lead medievali, diventati, nell’Ottocento, il nucleo del Romanticismo.

 

Commento alla seconda leggenda

Nella seconda leggenda compare invece il diavolo, si parla di gallina dai pulcini d’oro, è chiaro che si tratta di accumulo di capitale. Essa è una minaccia a chi voglia cercare tesori nascosti della imperiale famiglia (il pulcino d’oro, non le uova, potrebbe essere un simbolo nobiliare): li aspetta il Diavolo, sotto forma di Cerbero, cane nero, e lo sprofondarsi all’inferno. Il vecchio, che ha insistito a cercare, ci perse la vita. La leggenda è quindi rivolta alle nuove generazioni di allora, e li invita a dimenticare la fazione imperiale e il ricordo delle ricchezze. C’era quindi una ricerca delle tracce, dei resti, delle rovine e forse non solo dell’oro, della casata imperiale, forse il tentativo di restaurarla. Il riferimento preciso alle grotte di Sant’Amico, a Rambona, richiama all’abate Sant’Amico, nipote di Carlo Magno. Sembra infatti che Carlo Magno avesse concesso la figlia Bertrada, o Berta, in sposa a un nobile, (forse Angilberto, come nel mio racconto), a patto che rinunciassero alla linea ereditaria, e lo fece abate di Rambona, con diritto ereditario sul primogenito che lì avrebbero avuto. Il piccolo si chiamò Amico e divenne Abate e Santo. Ma non poteva diventare Imperatore”.

Liana Maccari

 

Nota della Redazione

A sostegno e integrazione dello scritto di Liana Maccari, ricordiamo che a valle di Monte Francolo, in contrada Moie, e precisamente nell’area dove nel 2003 furono eseguiti dei lavori di urbanizzazione per la realizzazione di una zona artigianale, fu ritrovata una necropoli picena con sepolture di diverse tipologie e su più livelli, quindi utilizzata per molto tempo, si presume già dal IX secolo a.C.

11 novembre 2017  

 

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