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Il buio identitario dell’Umbria è come quello del Piceno

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Andrea Agnetti, antropologo, sta dissipando le nebbie della damnatio memoriae
carsulae parco archeologico

Il buio identitario è il risultato di una serie di dinamiche sociali, individuali, storiche che portano all’inesistenza della conoscenza delle proprie radici, un oblio che si riversa su alcune popolazioni di cui non si conosce minimamente la vera storia. È anche un fenomeno che genera insoddisfazione, incapacità di dare risposte agli eventi, diventando vittime di quell’oceano attuale che è la società post moderna globale, fluida e totalmente fusa, dove la identità è poco tollerata, perché percepita come resistenza al pensiero unico.

 

La necropoli sotto le acciaierie di Terni

Il buio identitario di cui ci occupiamo, è quello che ebbe inizio con la damnatio memoriae operata tra gli anni 1000 e 1700 dalla Chiesa di Roma, al fine di imporre il potere temporale al mondo intero. L’efficacia era favorita dalla disponibilità limitata di fonti storiche in età antica, e sostenuta nei secoli dall’opera manipolatrice dei benedettini, che su ordine del papa riscrissero, falsificandole, intere storie. Questa è (anche) la storia di Terni, fino all’anno 1884 quando, durante i lavori di costruzione delle acciaierie, venne alla luce una immensa necropoli risalente alla prima Età del Ferro, forse la più grande finora scoperta in Europa. Durante gli scavi, molti reperti furono rubati, venduti, distrutti; l’80% del sito fu rinterrato per proseguire la costruzione delle industrie. Ma il materiale che si è potuto recuperare è così significativo che sta consentendo agli studiosi di ricostruire la storia delle genti di questa terra, genti celtiche che possedevano un livello culturale e tecnologico molto avanzato, inclusa la scrittura, molti secoli prima della fondazione di Roma.

 

Andrea Agnetti e l’analisi interdisciplinare

Il dottor Andrea Agnetti, giovane antropologo, è uno degli studiosi che sta spendendo ore, giorni e mesi nella ricostruzione della storia umbra, con un metodo di analisi interdisciplinare che spazia dall’antropologia, all’archeologia, all’architettura, alla storia, alla lingua, ai culti, con il supporto di una lunga lista di fonti autorevoli, antiche e contemporanee. Attraverso lo studio e il recupero delle antiche tradizioni locali, che sopravvivono per esempio nelle festività e nell’immagine del Drago, simbolo della città di terni, Andrea sta ricostruendo un puzzle appassionante, che divulga con pubblicazioni (Terni Celtica e la stirpe del Drago e altre ancora non date alle stampe) e con mostre sul tema.

 

Convergenze con il territorio piceno

Nel suo libro “Terni celtica e la stirpe del drago” troviamo molte convergenze con gli studi marchigiani, un punto di vista diverso che porta – seppure con qualche divergenza – alle stesse scoperte e alle stesse conclusioni con gli studiosi che, nel territorio piceno, stanno conducendo ricerche simili. Ci riferiamo, oltre la damnatio memoriae, alla produzione ceramica, alla lavorazione dei metalli e dell’ambra, agli allevamenti del bestiame con i suoi indotti come, a esempio, la lavorazione della lana, lo studio degli etnonimi (nomi dei popoli collegati alle etnie) e dei toponimi, per ricostruire percorsi e motivazioni delle antiche migrazioni: un esempio per tutti la Northumbria con i monti Pennines in Gran Bretagna. Interessante lo studio della lingua, dove a una parte dell’Umbria ci accomuna, per la fascia fermano-maceratese, la pronuncia della “B” come la “V”: buona si pronuncia vòna da Civitanova a Foligno. Un ultimo punto concorde: l’assioma ex oriente lux (Medardo Arduino docet), ossia ciò che è colto e bello lo abbiamo preso o copiato dalla Magna Grecia, è tutto da rivedere. Quindi, pur non confidando in una immediata consacrazione, possiamo dire che né Andrea né i “nostri”… sono più soli.

Simonetta Borgiani

In foto: la stele di Todi bilingue e una fibula umbra.

13 settembre 2017

       

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