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Anche gli dei dell’Olimpo si fanno i dispetti: Vertumno

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di Giuseppe Sabbatini
Vertumno by lorenzo sabbatini

Vertumno si era svegliato quella mattina con un umore più volubile del solito. Possibile che io, onorato e rispettato amante di Pomona la fertile dea della natura e dei campi, non sia capace di far piovere più in questo mondo, ponendo termine all’opprimente siccità che rischia di rovinare l’opera feconda della mia tenera compagna? Aveva ragione Vertumno ma Eolo, il dispettoso Dio dei venti, geloso della bellezza e della opulenza delle opere di Pomona, aveva deciso di fargliela pagare anche perché, segretamente innamorato di lei, voleva spodestare il povero Vertumno dal talamo nuziale. Avvenne così che, nonostante l’andante stagione fosse adatta ai venti di bora che, con il freddo e la neve, notoriamente portano pane ai miseri mortali, aveva ordinato ai fidi libeccio e scirocco di invertire la rotta e così decisamente spirare anche d’inverno verso le terre del nord, con le conseguenze che sappiamo. Da giorni e giorni Vertumno sperava di riuscire a mutare quel innaturale andazzo, ma fin lì inutilmente. La sua incipiente vecchiaia, incanutita dai pensieri e dalla volubilità di Pomona che spesso – in piena depressione – lasciava la sua casa vagando per i campi riarsi dopo aver guardato senza speranza il cielo e il barometro, lo faceva meditare e temere di aver perduto il sostegno che la sorte gli aveva sin lì accordato. Si risolse dunque in quel giorno a rivolgersi a Zeus, portando i necessari presenti, come segno di doveroso rispetto e sostegno per benigna accoglienza. Il Divino, sprofondato nel suo trono di sole, avvertito da Mercurio dell’arrivo di quel vecchio bisognoso di aiuto, pur occupato com’era a degustare un prezioso nettare che Bacco gli aveva preparato con cura e mestiere, aveva concesso l’udienza nonostante gli acciacchi che da un po’ si ritrovava. Il buon Giove era difatti anche lui molto invecchiato. La barba nera e fluente di un giorno aveva lasciato il posto a una stemperata immagine di gaudente estroverso, intento ancora a cercare i piaceri della vita purché senza fatica e con ben poco sudore. Era certo ben lontano da quel giovane ardente che, alternando la pubblica vita dedicata al governo dell’Olimpo e degli uomini, si era arrangiato a modo suo con bellezze e garzoni chiedendo talvolta l’aiuto di Vertumno che, da vero esperto qual era, tanto da guadagnarsi il suo ruolo nel divino consesso, gli aveva consigliato gli immaginifici travestimenti in cigno e aquila, di cui avevano fatto le spese Leda e Ganimede. Per questo non lo poteva davvero rifiutare a Vertumno quel semplice incontro e così decise di accoglierlo sia pure senza entusiasmo perché la riconoscenza già da allora cominciava ad andare in disuso ‘sì da scomparire totalmente ai giorni nostri come tutti sanno, apparentemente senza dolersene. Vertumno si avanzò nella sala. Vestito dei suoi stracci da lavoro campestre cui aveva fatto ormai l’abitudine tanto da non accorgersi di essere goffo al cospetto del regale Soggetto, iniziò a sciorinare la sua lamentosa petizione: “Zeus, padre e signore di tutti gli Dei, tu reggi la sorte del mondo e degli uomini. Conosci i tuoi divini sudditi e governi i mortali. Mi hai dato il potere di mutare ogni cosa e anche le stagioni per esaudire le pressanti richieste di Pomona mia compagna, sempre dedita a curare le acque e a produrre copiosi e sapidi frutti. Eolo, che mi vuole fregare, ha invertito  le  rotte  dei  venti e così la terra langue e gli uomini rischiano i loro preziosi raccolti. Ti prego aiutami e non mandare delusa questa fervente supplica”. Giove, che non aveva più voglia di grane essendosi adagiato nelle mollezze della vecchiaia, visto che il nettare era finito e che Bacco tardava a mescerne di nuovo, pur di tornare alla sua gozzoviglia senza ritardo, accondiscese di botto. Pensò che il vecchio scalcinato, ora prono ai suoi piedi, gli aveva fatto godere i favori di quel saporito bocconcino a nome Leda e forse sperò che, pur nella scomoda vecchiaia, avrebbe potuto procurargli qualche altra piacevole avventura o almeno un sollievo alla gotta ormai incipiente. Fu così che, convocato Mercurio seduta stante, ordinò di portare immediatamente alla sua presenza il riottoso Eolo prelevandolo dalla grotta nelle isole Eolie ove, munito di altezzoso berretto con visiera da gallonato custode, così da distinguersi dai tanti turisti che già allora popolavano quelle isole, accudiva ai venti ma in realtà li liberava a suo piacimento tanto nessuno lo controllava stando così lontano dall’Olimpo. Quella volta però, grazie alla perentoria intimazione annunciata da Mercurio, non osò sottrarsi e con aria accondiscendente, meditando in cuor suo di vendicarsi alla prima occasione di abbassamento del barometro, racchiusi i suoi venti in anfore dai mille sgargianti colori, si presentò all’Olimpo. Immaginate la scena: roso dall’invidia e accecato dalla gelosia, Eolo, accusato dal Capo Supremo di aver osato sfruttare i venti di cui era custode per bassi fini personali, dovette cedere. Fu così che, cessato l’arcano, pur la terra riprese il normale suo verso e con neve e piogge copiose programmò molti splendidi doni per rallegrare e sfamare le sue tante creature.

 

Questa storia era scritta nel vento e racchiusa in un otre vetusto di cui ho aperto per caso il suggello. Son sicuro che possa servire non in una ma in cento occasioni e, serbata a dovere nel tempo, ci consoli di altre pazze stagioni.

Ma chi era Vertumno? Oh scusate! Nella fretta di raccontare ho dimenticato di presentarvi il Dio dei cambiamenti e delle mutazioni, ma a questo punto è superfluo e l’avrete di certo capito da soli.

disegno di Lorenzo Sabbatini

7 luglio 2017

 

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