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Unicam, primi risultati dalle ricerche sul tardo antico e alto medioevo

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Più discipline hanno lavorato insieme in modo non invasivo con sorprendenti risultati
pettinari e pambianchi

Al Campus universitario di Camerino, si è svolto nella mattinata di sabato 1 luglio un incontro con i responsabili e i portavoce dei gruppi di ricerca impegnati nel progetto “Il patrimonio culturale delle Marche centro-meridionali dal Tardo Antico all’Alto Medioevo”. Le varie discipline coinvolte hanno fatto il punto sul lavoro eseguito come primo step, consistente in indagini non invasive.

 

Il Rettore Claudio Pettinari

Ha introdotto i lavori il Rettore Claudio Pettinari, per il quale in questo tempo in cui si parla continuamente di cittadinanza globale e di sostenibilità, è necessario far comprendere a tutti che altrettanto importante, anzi irrinunciabile, è la conservazione e la valorizzazione del proprio patrimonio culturale, sull’esempio di Udine, ferita dal sisma del Friuli nel 1976, che ripartì dalla cultura creando gruppi e centri di studio. Lo stesso si deve fare nella nostra regione, che possiede una ricchezza unica di beni culturali e di bellezze naturali.

 

Il responsabile del progetto Gilberto Pambianchi

Gilberto Pambianchi è critico nei confronti dell’organizzazione classica degli atenei in “compartimenti stagni”, cosa che non consente spesso una visione completa della ricerca. Riportare l’Uomo al centro di tutto è fondamentale e afferma che questo progetto è proprio fondato sulla interdisciplinarietà allo scopo di restituire al nostro territorio la sua vera identità. L’attenzione iniziale degli studi si è incentrata sulla vallata del Chienti che conserva tracce d’insediamenti fin dal paleolitico, il che vuol dire che è sempre stata abitata per essere da sempre fonte di risorse atte alla vita. Qui ci sono testimonianze dall’età del ferro continuativamente fino al tempo dei romani, per poi arrivare all’intervallo temporale oggetto degli studi: dal tardo antico all’alto medioevo.

 

Marco Materazzi

Marco Materazzi ha mostrato i prospetti dell’evoluzione del paesaggio nell’area del Chienti.

Dove non c’è protezione il paesaggio cambia continuamente, sia in area montana che nelle valli dei fiumi, fatto che nella valle del Chienti non è accaduto: ci sono aree come “congelate” quali la zona di San Claudio e quella di Santa Maria a Piè di Chienti a Montecosaro. In questi luoghi l’area si è conservata per duemila anni riportandoci intatta la sua storia, grazie al lavoro dell’uomo che ha avuto cura del territorio. Per dinamiche naturali certamente il corso del Chienti si è modificato ma ci sono tracce di reticoli idrici creati dall’uomo per regimarlo, strutture a Sforzacosta come nell’Ete Morto con palificazioni sia per difesa delle sponde che per ponteggi di attracco per le imbarcazioni, essendo allora il fiume navigabile. Si è sempre parlato di abbandono dopo la caduta dell’impero romano, ma nell’area del Chienti questo non si riscontra: ci sono nel substrato canali e pozzi individuati dai rilievi termometrici effettuati con l’uso di drone e di georadar.

 

Giovanni Scoccianti

Il gruppo di lavoro messo in campo da Unicam ha il compito di raccogliere dati e costruire la storia più plausibile, che malgrado sia ancora prematuro definire, consente già qualche riflessione. L’interdisciplinarietà innovativa va oltre le somme dei risultati dei vari gruppi di ricerca delle varie discipline presi singolarmente. La interpretazione organica collega le discipline e, non trascurando alcun singolo monumento o elemento, fa sì che la ricostruzione storica diventi un vero e proprio racconto, affascinante e comprensibile. Tra le varie analisi, quelle “proporzionali” sono determinanti per capire la cultura del costruttore, il contesto politico, l’intento del committente. Ogni particolare è determinante per la narrazione delle culture di un territorio. Il Piceno, come luogo di incontro e comunicazione con il vicino oriente e con il nord Europa, è tutto da indagare. Il lavoro mostrato nell’odierno incontro è appena il 10% di quello eseguito, e solo l’1% di quello ancora da fare.

 

Enzo Catani

L’area è un palinsesto, cioè una stratificazione pre-protostorica sino a Roma, poi tardo antico e medioevo, per cui prima di andare a scavare, si procede alle indagini con tutte le tecnologie non invasive a disposizione, incluse fonti storiche/documentali, e questo spiega la necessità di operare in multidisciplinarietà. Si è posta attenzione allo studio storico-archivistico su Pausulae, e all’analisi climatologica. Nel tardo antico si verificò una variazione climatica con aumento di umidità e con incremento della portata dei fiumi, come gli storici hanno scritto. Ci furono inondazioni, modifica delle foci: una conseguenza fu la migrazione delle popolazioni nelle alture. È stato incentrato uno studio sul medio corso del fiume Chienti, evidenziando uno strano angolo di confluenza tra il Fiastra e il Chienti, e mostrando come tra Corridonia e San Claudio il fiume si divise in due corsi d’acqua creando un’isola. Da reperti trovati questa dovrebbe essere Pausulae. Costantini di Montesanto ne parlava già nel 1800 nel “Liber iurium” (parcella del 1143 della diocesi di Fermo) descrivendo questo luogo che risulta chiamarsi proprio “Isola” fino a quella data, ma non nei secoli successivi, e attraversato da una antica strada che porta a San Claudio. Risulta nel 1700 un rischio di alluvione, evitata grazie a lavori di regimazione a San Claudio testimoniati da una lapide ancora presente su una parete dell’abbazia, gli stessi lavori furono eseguiti a Santa Croce all’Ete. Il professor Catani ha anche affrontato l’analisi dell’etimo Pausulae. Da più fonti il nome originario risulta essere Pausulae mentre le forme Pausulas e Pausula sono un chiaro errore del copista nelle trascrizioni. Interessante la teoria che il nome derivi da “pausare” cioè fare sosta, suggerendo una zona di piccole stazioni di sosta intervallive del Chienti (allora detto Flusor). La forma Pausulae plurale può far pensare a più insediamenti piceni, un nodo viario dove si incrociavano percorsi vallivi e intervallivi. Nei pressi di San Claudio c’è da scavare andando più in profondità rispetto ai reperti romani: lo strato dei piceni non è stato mai seriamente indagato.

 

Enrica Petrucci

Illustra il metodo di ricerca del gruppo di studio storia e architettura. Partendo dall’archivio storico della soprintendenza, dove sono conservati i documenti di cantiere dei restauri effettuati nel 1900, si cerca di ricostruire i lavori eseguiti e le modifiche apportate alle strutture di tre costruzioni: San Claudio, Santa Maria a Pié di Chienti e Santa Croce all’Ete. Individuate le aree meno deturpate e relative letture delle caratteristiche originali anche stilistiche, geometriche, si fa il confronto con le fonti archivistiche. L’indagine inizialmente solo fotografica, serve a fornire una analisi geometrica e materica, i cui risultati vengono riportati su schede, per avere a disposizione una sintesi efficace dove si può notare la più varia composizione, che fa supporre diverse maestranze, diversi materiali, diversi momenti di costruzione, eventi di distruzione, eccetera. Interessante lo studio per determinare le unità di misura usate: la rispondenza nelle strutture per descrivere le varie parti delle fabbriche, in particolare nelle absidi, risulta essere il “piede bizantino”.

 

Graziella Rosselli

Indagini diagnostiche su architettura e pittura, che forniscono dati di supporto alla ricerca non invasivi: la termografia, che rileva differenze anche minime di temperatura consentendo la mappatura di strutture interne, individuando le differenze dei materiali, i particolari nascosti, le manomissioni del fabbricato originale. Per esempio alla Collegiata di San Ginesio si è evidenziata una nicchia tamponata a sinistra dell’altare principale, e sulla facciata si vede una anomalia che corrisponde con probabilità all’antico ingresso decentrato, mentre nella zona absidale c’è un diverso spessore di muratura. Si sono fatte indagini multispettrali, con diverse lunghezze d’onda, sui dipinti come nella cripta di San Biagio. Queste rendono il tipo di pigmento usato, il che consente di risalire alla tecnica e all’epoca di realizzazione, e anche a riconoscere restauri successivi. Invece l’indagine a luce radente permette di riconoscere aggiunte, stratificazioni nei dipinti murali, facendo riconoscere la più piccola differenza di spessore. Infine la mensiocronologia, tecnica mai usata nelle Marche, crea una statistica sulle dimensioni dei mattoni: la dimensione del mattone dà la datazione per cui le anomalie fanno comprendere modifiche e ricostruzioni negli edifici effettuate nel tempo.

 

Conclusioni

I gruppi di ricerca sono composti per la gran parte da giovani, che hanno dimostrato di aver lavorato con perizia ed entusiasmo, alla luce delle scoperte superiori alle aspettative, dopo queste indagini non invasive, si aspettano di poter continuare con le fasi successive e passare alle analisi chimiche delle malte e agli scavi, e così poter trarre delle conclusioni che potrebbero stravolgere i libri di storia. Unicam, con la collaborazione di Unimc, intende comunque – malgrado le difficoltà causate dal sisma – portare avanti le ricerche avviate, sempre con il metodo della multidisciplinarietà e le tecnologie oggi esistenti, allargando gli studi da Genga fino a Ponzano di Fermo.

Simonetta Borgiani

2 luglio 2017

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