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di Claudio Principi
susine

Le susine ‘ngipriate

Le susine, una volta giunte a perfetta maturazione, si presentano in superficie ‘ngipriate (sparse di cipria), e il fatto dette origine al seguente episodio… Una contadina portò a vendere al mercato una canestrata di susine della più apprezzata qualità, tutte ben mature e freschissime perché colte in mattinata. Si sa che chji sbiàscema combra (chi disprezza compra) e una signora assai chiacchierata (di facili costumi) chiese alla contadina, smorfiosamente, se si vendessero bene quei frutti che, per quanto sia, non erano altro che vrugnulù (grosse prugne). Rispose la contadina: “Se vénne vène, e ccóme! Vale a sgràffiu come le puttane (Si vendono bene e come! Vanno a ruba come le puttane)”.La signora, leggermente allarmata, domandò: “Le puttane che cce rréndra? (Le puttane che c’entrano?)”. E la contadina, ironicamente, squadrando la signora dall’alto in basso: “No’ le vidi che dè tutte ‘ngipriate pègghjo de le puttane? (Non le vedi che sono tutte incipriate peggio delle puttane?)”.

 

La coppia de ciausculi

Mariano Properzi, detto Libberatu, negoziante montolmese famoso per la lingua mordace e l’umore faceto, non si trattenne dal fare una pronta allusione oscena a carico di una donna che in vita sua si era sempre e proficuamente, data ad amori illeciti, ma che ormai era in via di smobilitazione perché ll’anni je s’era fatti sopre (era invecchiata). La donna, che amava recitare la parte di signora, chiese gentilmente a Mariano una coppia di ciaùsculi e il bottegaio ne trasse subito dallo stangà (pertica di sostegno) un paio ben bene legati fra loro con lo spago e li pose sulla bilancia. Poiché i due salumi erano male assortiti, in quanto uno assai più consistente dell’altro in volume, in lunghezza e in peso, la cliente disse: “Mariano mia, quissu èsso più gróssu no: è tróppo gróssu, no’ me ce lu métte! (Mariano mio, questo qui più grosso, no: è troppo grosso, non me ce lo mettere!)”. Ribatte Mariano de Libberatu facendo il viso delle mille meraviglie: “No’ mme verrai a ffà’ créde’ che non te ce bbòcca dréndo la scanzìa tua!? (Non mi verrai a far credere che non ti entra dentro la tua scansia!?)”.

 

Meglio della mortadella

Nei primi del ‘900 a Montolmo si nutriva molta diffidenza per la mortadella. Si diceva, per dissuadere i lavoratori dal comprarne, che le mortadelle fossero fatte con carnaccia di ogni genere, addirittura con carne di pondecana (ratto di fogna). Si narra di un fornaciaio che un giorno, catturato un paio di pondecane, le spellò, le sventrò, le cucinò sulla graticola e, quando sul luogo di lavoro venne l’ora del pasto, tirò fuori dal suo fagottino un paio di panini imbottiti con le pondecane, le quali avevano tanto di coda sporgente dai panini. Avendo i suoi compagni panini con la mortadella, disse: “Pondecana per pondecana a me me piace de più cotta su la graticola, alla ‘ngìppete ‘ngiàppete! (Ratto per ratto a me piace di più arrostito sulla graticola da una parte e dall’altra!)”.

24 marzo 2017

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