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È più dilettante il “dilettante” o il “professionista”?

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Ovvero quando l’interpretazione della storia cozza contro la logica degli avvenimenti
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Accenno il mio punto di vista su una questione annosa e che oggi sembra di grande attualità: la contrapposizione tra “dilettante” e “professionista” nell’ambito della ricerca storica.

L’etimologia di dilettante dovrebbe essere “colui che fa una cosa per il proprio piacere, talvolta per passione” ed è contrapposta al lemma “professionista”, colui che con quella specifica attività sbarca il lunario. Per le “libere” professioni esiste da noi una rigida gabbia giuridico normativa che impone un percorso formativo e il superamento di un esame di stato per l’abilitazione all’esercizio, mentre alcune categorie sono di fatto esentate da quest’obbligo pur potendo incidere in modo deciso su alcuni aspetti della nostra società.

 

Le stranezze di molti fatti storici

I casi della vita mi hanno portato, raggiunta l’età della pensione, a occuparmi per diletto e a tempo pieno del tema per cui venni abilitato alla professione. Come sostenne il Morris, “architettura è tutto il paesaggio umanizzato ad eccezione del puro deserto”, perciò per il forte coinvolgimento tecnologico, sociale e politico insito nei fatti architettonici, ripresi a verificare quella storia altomedioevale che a suo tempo avevo scorso “a volo d’uccello” per planare sull’architettura tardo medievale. Forte di una certa conoscenza delle tematiche logistiche venutami dalle mie attività di lavoro, riprendendo la storiografia altomedievale mi resi conto di troppe “stranezze” e per prima cosa proposi a un giovane ricercatore professionista di UNIMC di approcciare insieme la tematica della riqualificazione di molti “fatti storici” narrati dalle fonti storiografiche, a mio avviso irrealizzabili fisicamente, producendo un contributo metodologico all’analisi di credibilità delle fonti scritte. Ovviamente tutto è rimasto… lettera morta.

 

Esempio: incontro di Papa Stefano con il re Pipino

Mi spiego con qualche esempio: nell’alto medioevo si indicono concili ecumenici cui partecipano personaggi provenienti da località distanti centinaia di km. Non esistendo ancora what’s app un nunzio doveva portare il messaggio e l’interessato organizzarsi un viaggio, entrambi gli spostamenti potevano richiedere anche un paio di mesi o più. Lo stesso vale per il viaggio di Papa Stefano a incontrare Re Pipino. Stefano parte da Roma alla volta del palazzo reale di Ponthion nel nordest della Francia, a più di 1.400 km utilizzando i trafori alpini (che non c’erano ancora); quando Papa Stefano valica il Gran San Bernardo, Pipino manda il figlioletto Carlo ad accoglierlo. Problemi logistici: Pipino non aveva una sede fissa, lo troviamo dappertutto quindi il primo punto è sapere dove mandargli un messo, poi che il messo conosca la strada (Michelin e De Agostini non c’erano) poi che ritorni a Roma con il placet di Pipino, poi che qualcuno vada ad avvisare il Re del passaggio al valico alpino viaggiando più veloce del vento, poi che il clima invernale delle Alpi e del nord Europa sia molto favorevole perché il Papa arriva lassù il 6 gennaio. Vedete come la logistica non è coerente con il racconto storico?

 

Altro esempio: le battaglie

Altri aspetti logistici li abbiamo con le guerre: a Poitiers (nel cul de sac di Moussais per l’esattezza) nella versione durata qualche secolo i 120.000 Cristiani di Carlo Martello stanno per una settimana senza attaccare a guardarsi con 90.000 Saraceni (senza contare le mogli), con ambedue gli eserciti ci sono cavalli e cammelli. Tutta questa truppa mangia almeno una volta al giorno, e siamo in un medioevo che il Duby scrive essere “assediato dalla fame”: cosa mangiano più di 200mila persone per così tanti giorni? Gli storici hanno dimenticato la logistica!

Lo stesso vale per gli eserciti bizantini contro i Goti, trentamila persone che scorrazzano per l’Italia funestata da pestilenze e carestie. Forse per gli eruditi storiografi dall’umanesimo al romanticismo, che scrivevano comodi e rilassati nel loro confortevole studio d’ateneo, i problemi pratici contavano molto meno delle loro grandiose opinioni. Ho letto anche del carro a dieci ruote con cui viaggiava Carlomagno: tante ruote così su quanti assi? Con quale sospensione? Come sterzava? Com’era la stanga dei gioghi? Quante bestie a tirare? Di nuovo una forte discordanza tra tecnica pratica e racconto storico!

Anche Alarico che viene a radere al suolo i monasteri e le città marchigiane, con quali attrezzature ha effettuato le demolizioni di muri in pietra spessi quasi un metro e alti sei o sette? Dinamite o Caterpillar o vent’anni di lavoro di qualche migliaio di manovali che si nutrivano solo della coscienza di appartenere alla storia? Penso che possa bastare.

 

Una proposta

Oggi la facilità di comunicazione quindi la disponibilità di professionisti in tutti i campi della tecnologia e della scienza può, se orientata e coordinata in progetti interdisciplinari, fornire risposte credibili ai moltissimi aspetti incongruenti o incerti della storiografia ufficiale, che se pur scritta in un passato fatto solo di autorevoli opinioni, viene ancora validata e difesa a spada tratta dai professionisti della storia “che sanno maneggiare le fonti e svolgere un discorso critico corretto” come mi disse uno di loro. Cosa mai resta da fare ai “dilettanti” (senza far d’ogni erba un fascio fra dilettanti e “improvvisatori” senz’arte né parte) per provare a convincere i professionisti della necessità/opportunità di rivedere insieme la nostra storia?

Medardo Arduino

16 marzo 2017

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