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Lo virbo de la vergara

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Le tradizioni della nostra campagna raccontate da Cesare Angeletti
gallina che cova


Le cimici “curative”

In situazioni particolari insetti, generalmente molto fastidiosi erano assai utili alla nostra “virba” vergara.A tale scopo vi posso raccontare di come, in modo stranissimo, le nostre ave trattavano l’ittero avendolo io verificato in campagna da vari vecchi nonché da un anziano e dotto farmacista. Dunque, venivano fatte ingoiare al bambino alcune cimici messe, vive, in un rosso d’uovo. Questi “ospiti”, golosi di bile, la assorbivano tutta velocemente ed era sufficiente, il giorno dopo, somministrare al bimbo un buon purgante che ittero e cimici se ne andavano lasciandolo in perfetta salute.

 

La uova “fresche”

A volte la vergara andava un po’ oltre, quasi a rasentare l’illegalità. Le donne di campagna dei terreni intorno Macerata ricorrevano, alla bisogna, ad un simpatico trucchetto. Nei periodi in cui le loro galline non facevano le uova, o anche quando la produzione era inferiore alla domanda, ne acquistavano una scatola da un allevatore poi, dalle loro figlie, le facevano mettere nelle cove delle galline. Appena arrivava la signora di città che chiedeva uova fresche, la vergara le diceva: “Eh, le galline ne stanno facendo pochissime… non so se ce ne sono… adesso la faccio accompagnare da mia figlia, quelli che trova nelle cove li può prendere ma non glieli posso mettere lo stesso prezzo del negozio.” La signora, certissima della freschezza delle uova, era disposta a pagare di più anzi, appena tornava a casa, spargeva la voce tra le amiche per far sapere che affare aveva fatto! Appena la signora se ne andava la vergara chiamava la figlia e le faceva rimettere altre uova della scatola nella cova, consigliando anche di sporcarle un po’ con i bisognini delle galline per farle apparire come se fossero appena state scodellate. Simpatico no? Quasi tutto veniva insegnato alla giovane donna di casa dalla mamma, dalla nonna, e dalle zie zitelle (le rmaste) che avevano il compito di essere maestre e professoresse di quella scuola che avrebbe trasformato una bambina in una vergara pronta a guidare la famiglia.

 

“Da’ l’acqua a lo granturco”

Quando la ragazza si sposava e andava in casa del marito, la prima notte di nozze doveva trascorrerla su “lu pajiricciu”, un saccone alto 30 cm, pieno di foglie di granturco seccate, che fungeva da materasso. Facendo quello che fanno tutte le coppie la prima notte di matrimonio avrebbero, con gli scricchiolii emessi da  “lu pajiricciu”, avvisato tutta la famiglia  dei… lavori in corso!   Allora la  nonna, donna esperta e navigata per i tanti anni vissuti, chiamava la nipote qualche giorno prima delle nozze e le diceva: “Tu sai che il pagliericcio ha due aperture sui due lati più lunghi, da quelle, prima di andare a letto, fai in modo di inumidire le foglie che così non scricchioleranno più. Auguri e figli maschi!” Una bella trovata che è anche diventata un modo di dire. Infatti “Dà l’acqua a lo granturco” è la frase con cui l’uomo chiedeva “il favore” alla donna o la donna, usandolo in negativo, rispondeva mandando a quel paese lo spasimante. Queste sono solo alcune delle trovate che le nostre donne hanno utilizzato per risolvere i loro problemi. Certamente ce ne saranno delle altre, tante, ma io, nella mia passeggiata ormai quarantennale nella storia della nostra famiglia colonica, non le ho incontrate.

17 gennaio 2017 

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