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Parola e immagine tra arte e poesia

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di Lucio Del Gobbo

 p 14 CHIARA VALLE

Si rivendica la libertà dell’arte, ma qualche volta di libertà l’arte se ne prende anche troppa, tanto che si fa quasi fatica a riconoscerla. Rischia di perdere in umanità, in vicinanza, sia nei confronti del pubblico sia nei confronti dell’artista stesso che la produce. Occasionalità, spettacolarizzazione, clamore: le grandi rassegne internazionali spesso assomigliano a dei grandi luna park, ove tutto rischia di apparire come un immenso bluff a danno della presunta dabbenaggine del pubblico. Sembra un paradosso ma la diffidenza della gente nei confronti dell’arte contemporanea anziché diminuire nel tempo sta crescendo perché crescono le incomprensioni. L’incisione calcografica in questo clima diventa invece simbolo di fedeltà: una sorta di “ritorno all’ordine”, anzi di “permanenza nell’ordine”. É una disciplina “intimista” che implica assiduità perché, sebbene non manchi di rinnovarsi nel tempo, non può discostarsi più di tanto da quella che è stata la sua tradizione sino a oggi. Questo anziché penalizzarla la rende ancora più rara e preziosa. Sono frequenti le occasioni in cui parole e immagini, o più propriamente, poesia e arte visiva danno adito a pubblicazioni e cartelle di grande pregio e originalità. Mi piace indicarne due di esempi, il primo non recentissimo e comunque memorabile e l’altro di questi mesi. Mi riferisco al libro d’arte “Echi”, pubblicato dalla casa Editrice Liberilibri, contenente 16 incisioni originali di Giuseppe Mainini passate al torchio da Nicola Montanari con progetto grafico di Luigi Ricci, e “Rime vaganti” di Anna Maria Tamburri, affiancate da testi di Giuseppe Appella e Nino Ricci. Un vero gioiello per collezionisti pubblicato in 70 esemplari numerati. Ugualmente notevole seppur diversa nelle tecniche una pubblicazione recente voluta dalla Riserva Naturale Abbadia di Fiastra dal titolo “Chiara Valle Itinerarium” con testi poetici di Allì Caracciolo e immagini fotografiche di Renato Gatta; in tal caso la fotografia sostituisce l’incisione ma di abbinamento immagine-poesia pur sempre si tratta, il tutto introdotto da testi di Giuseppe Sposetti e Marcello La Matina. In opere come queste si rendono visibili alcune eccellenze artistiche marchigiane (come la poesia, del resto!), non solo per la storia che da secoli coinvolge città come Urbino, Macerata, Ascoli e Fermo, ma anche per un derivato che caratterizza da sempre l’operosità regionale: lo scru polo del lavoro ben fatto, unito alla fantasia, al gusto delle cose belle e preziose. Si potrebbe dire, dal tempo delle corti ducali ai nostri giorni! Il nostro stesso paesaggio, naturale o costruito (quello storico naturalmente!), sembra riflettere con le sue armonie questa straordinaria fusione di operosità e bellezza. Quello tra l’immagine e la parola è un rapporto intrigante e tuttavia complesso, per certi versi ambiguo: a volte i due generi convivono armonicamente e si contaminano con straordinari risultati poetici, altre volte è come se si trovassero in concorrenza, come se l’una parte rivendicasse la sua libertà e la sua autonomia rispetto all’altra. Ed è anche legittimo che sia così; in caso contrario l’immagine sarebbe semplice illustrazione e la parola e il verso didascalie dell’immagine. Si potrebbe concludere affermando che la concorrenza, quando è libera, al di là di situazioni che la impoveriscono, meramente economiche o mercantili, offre con generosità i suoi buoni frutti.

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