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Gentileschi padre e figlia

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Dall’inedito “Caravaggio e le ombre dell’anima”

di Matteo Ricucci

 Gentileschi

Un padre orgoglioso della figlia

Orazio aveva una figlia di nome Artemisia ch’era rimasta orfana di madre in tenera età. Egli per necessità era costretto ad accudirla e pertanto per controllare la sua vivacità la teneva tutto il giorno nel suo studio. Ma la bambina era curiosa di ciò che il padre dipingeva giornalmente per cui lo sottoponeva a continue domande intorno a quell’arte affascinante. Lei voleva sapere tutto dei colori, della mestica, della resa pittorica dei soggetti, della lucentezza degli abiti, dei vari tipi di tessuti, del gioco della luce e dell’importanza dell’ombra. Ben presto iniziò a disegnare rivelando un talento naturale, imprevisto e imprevedibile. Orazio era davvero orgoglioso di tutto ciò e spesso ne parlava con gli amici, ma quello era un argomento tabù per quei tempi: le donne non avevano diritti, ma soltanto doveri, inerenti al loro ruolo di angeli del focolare domestico, di chiocce, giudiziose e premurose, idonee soltanto ad allevare i propri pulcini e ad occuparsi di faccende domestiche, quindi parlare di una ragazzina, sia pure dotata di creatività, non trovava mai orecchie di maschi disponibili ad ascoltare.

 

Talentuosa e bella

Artemisia crescendo, oltre al talento artistico, mise ben presto in evidenza un corpo precoce, perfetto e armonioso che la trasformò subito da crisalide in farfalla di una bellezza mozzafiato. Orazio si sentiva sempre più un giardiniere orgoglioso della sua rosa per cui poneva ogni cura e tutta la sua arte per farla crescere ogni giorno più bella. La sua curiosità intorno alle fattezze della figlia lo portò a usarla come modella delle eroine bibliche delle sue tele, raffigurandola molto spesso nella sua nudità immaginata. Il suo attaccamento cominciò a tingersi da amore paterno in morbosità interessata. Comunque Artemisia, dalle matite passò ai pennelli, mettendo in evidenza un gusto e una sensibilità cromatica che annunciavano la nascita di una pittrice donna che avrebbe surclassato tanti suoi coetanei maschi che facevano fatica ad aprirsi un varco nel difficile mondo dell’arte pittorica.

 

L’amico traditore

Orazio aveva un socio nel suo studio, un tale Agostino Tassi, maestro di disegno e di prospettiva, a cui imprudentemente affidò la giovane Artemisia perché apprendesse sempre meglio l’arte del disegno. Agostino assunse gradualmente il ruolo di volpe furba che studia il guardiano del pollaio per scegliere il momento opportuno per rubargli la gallina dalle uova d’oro. Un giorno in cui erano soli nello studio, Agostino sbarrò la porta e, dopo una lotta feroce, strappò dal giardino la rosa del suo amico, gettandola in un immondezzaio.

 

Lo schiacciamento dei pollici

Lo stupro era un delitto perseguibile dal diritto dei tempi, ma non era per niente facile per una donna stuprata denunciare il suo stupratore. Come abbiamo già accennato, la donna non aveva diritti e, per adire a un giusto giudizio, i giudici maschi la sottoponevano a una disumana tortura: lo schiacciamento dei pollici. Soltanto la sopportazione d’un tale terribile dolore riusciva ad aprire le porte del tribunale per il reo d’un tale disumano delitto.

 

Lo stupro

Lei ebbe il coraggio di dichiarare ai giudici, curiosi e attenti, quanto segue: “Agostino serrò la camera a chiave e, dopo serrata, mi buttò sulla sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle ed alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatica per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò che non gridassi e le mani, quali prima mi teneva con l’altra mano, me le lasciò, havendo esso prima messo tutti due li ginocchi tra le mie gambe et appuntandomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et, avanti che lo mettesse dentro, anche gli detti una stretta al membro che gliene levai anche un pezzo di carne.” Manco la condanna capitale del reo, avrebbe restituito alla donna violentata il suo onore.

 

La fuga a Firenze

Il risarcimento, poi, del danno fu davvero risibile per cui il Tassi, già sposato e implicato in altre simili ribalderie, se la cavò con una pena veniale. Orazio Gentileschi ebbe così modo di rendersi conto che l’amicizia cela spesso tra le sue pieghe un basilisco velenoso, perché non bastò lo stupro a rendergli inviso quel Giuda e falso amico, il quale, inoltre, con la complicità di un tale Cosimo Quorlo, gli aveva trafugato alcuni quadri, tra cui una “Juditta” di capace grandezza che riproduceva le fattezze di Artemisia. A causa di tutto ciò anche i rapporti tra costei e il padre si snaturarono a tal punto da allontanarli l’una dall’altro. Lei fuggì da Roma e raggiunse Firenze dove fu costretta dal padre a sposare un certo Stiattese, un pittore da poco e da cui ebbe una figlia. Ma lei non si sentì mai più legata a un tale marito che non amava e, ben presto, lo abbandonò al suo destino.

continua

 

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