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Minchiatine ginesine – Prima Comunione: prima e dopo

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di Tamara Moroni e Cesare Angerilli

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TAMARA

Se tutti ricordano il giorno della Prima Comunione, io vagamente, ricordo però molto bene il prima, della mia Prima Comunione. Mancava poco a quel giorno importante, quando a casa decisero di invitare per la prima volta lo zio di mamma, un anziano sacerdote con tanto di Parrocchia a Macerata. tamara-foto-comunione-altareDa che i miei genitori si erano sposati, contro il volere di questo stesso zio, causa dissidi fra il suo credo politico, DC, e quello di mio padre, PCI, allora ci si teneva a queste cose, mai aveva messo piede a casa nostra. C’era però di mezzo a quel punto la mia Prima Comunione, si poteva tutti chiudere un occhio su questioni di diverso principio, e allora si pensò bene a una pacificazione familiare, magari sperando per l’occasione di trovarlo più ammorbidito nelle sue ferme posizioni politiche. E zio difatti, accettò l’invito. Alto e grosso di corporatura, zio era uno di quei preti che si riconoscevano da lontano, aveva un faccione florido con due occhialetti senza montatura poggiati sul naso e la tonaca nera allacciata fino agli scarponi; riconoscibile in tutto, fuori e dentro, col suo carattere duro e inflessibile in ogni occasione. Narra infatti una delle tante cronache tramandate da mamma e dalle sue due cugine, stranamente in versione univoca, ché mai si accordavano nei loro ricordi su nomi, fatti e alberi genealogici, di un lontano episodio, quando giovanissime, il giorno prima della festa di San Giuliano, andarono a piedi fino alla canonica con in mano ognuna due piccioni vivi da portare a zì prete, come da tradizione, ma appena entrate si ritrovarono già in strada piangenti e con in mano i piccioni vivi, cacciate in malo modo dopo essere state sonoramente rimproverate per non essere più andate a trovarlo da troppo tempo . Arrivato il gran giorno della sua visita a casa nostra, il nostro ospite arrivò di buon mattino con la corriera della SASP e la Sacra Bibbia rilegata in pelle, con dedica, come regalo per la mia Prima Comunione. A riceverlo andammo io e mamma, e passammo poi la mattinata tra chiacchierate in giardino e passeggiate per stradine di campagna. Mio padre, che in quel periodo lavorava fuori, anche quel giorno non tornò per pranzo, e quindi l’incontro storico tra i due era atteso per l’ora di cena. Zio, fatto il suo riposino pomeridiano, adempiuto alla lettura di un brano del Vangelo, e dette le preghiere quotidiane, noi donne di casa non sapevamo più come fargli passare il tempo fino a sera. Fu allora, che a mamma venne la brillante idea di portarlo a vedere la nostra chiesa, moderna, modernissima, da poco costruita, metà anni ‘60, e affidata a un altrettanto modernissimo sacerdote nemmeno trentenne, che alla tonaca preferiva maglione e pantaloni grigio-nero, più colletto bianco come distintivo. E così, io, mamma e zio, andammo tutti e tre a piedi verso la chiesa, ma il portone era chiuso, e allora mamma andò a suonare all’abitazione del parroco, che ci accolse col suo solito calore. Fatte le presentazioni, passammo direttamente dalla sacrestia, finché giunti in chiesa il vecchio sacerdote mostrò subito un certo smarrimento a trovarsi in quello spazio vertiginoso in altezza quanto spoglio intorno di arredi e decori, ché a stento c’era l’essenziale, Crocifisso, altare, banchi per i fedeli, non propriamente barocco come tutte le Chiese che aveva sempre conosciuto e frequentato perciò, e per orientarsi quindi chiedeva al giovane titolare della nostra Parrocchia dove fossero il Battistero, l’organo, il Tabernacolo. Accompagnato al Battistero dal nostro giovane prete, la smorfia sulla sua faccia fu appena percettibile, ma quando vide che al posto dell’organo a canne c’era una comune tastiera con accanto prolunghe per le chitarre elettriche, con cui la musica beat entrava a far parte della liturgia domenicale, cominciò a virare di colore passando dal rosa al rosso, fino a diventare viola nell’attimo in cui si trovò davanti al Tabernacolo, decisamente non tradizionale, di quelli in metallo prezioso e chiuso a chiave, no: consisteva in due semplici tendine a custodia delle ostie consacrate, tenute entro una nicchia ricavata sulla parete ai lati dell’altare. Dato il luogo, lì non andò oltre l’espressione, ma era talmente scuro in viso che minacciava il diluvio universale. Talmente era sotto choc, che non volle restare un minuto di più in quella Chiesa, e disse quindi che s’era fatto tardi ed era meglio avviarsi verso casa. Ecco allora, che a mamma venne la seconda brillante idea della giornata, invitare alla nostra cena anche il parroco, che non si fece pregare e si unì a noi nell’andare verso casa, non senza prima aver suonato l’Ave Maria al tramonto, ché era il mese di maggio, naturalmente mettendo su un disco da diffondere con gli altoparlanti delle campane, elettriche. Lascio immaginare, il colore ultravioletto che assunse la faccia di mio zio a quello scampanio artificiale. Finalmente riuniti tutti per la cena, accomodati i due sacerdoti a capotavola, cominciammo con un antipasto all’italiana, per poi proseguire con tagliatelle fatte in casa al ragù, coniglio nostrano in porchetta, galantina, pollo alla diavola – poco consono alla situazione dal nome ma sempre apprezzato come ruspante – verdure miste, gratinati, fritture, e ogni altro ben di Dio, vino, liquori e dolce compresi. Dell’antipasto, io non gustai niente di tutto quanto, ché in stereofonia, zio e il mio parroco gareggiavano a farmi domande su domande per vedere se ero pronta a ricevere la Prima Comunione. Tanta era la mia tensione, anche se non ero mai mancata a un’ora di catechismo, che finché non finì l’interrogazione non toccai niente, nemmeno un’oliva. Ero seriamente preoccupata per le risposte, pensavo tra me e me, è tutto pronto e prenotato, il vestito da monachella, il pranzo da Isolina, i regali arrivati, che figura faccio con tutti se non me la fanno più fare? Con l’arrivo delle tagliatelle, fortuna, tirai un sospiro di sollievo, quando i Don a capotavola cominciarono a sistemarsi il tovagliolo sui rispettivi colletti, mentre il più anziano finiva l’esame con un soddisfatto “bene bene” e il più giovane con un entusiasmato “evviva evviva”. Era fatta, poteva aprirsi anche il mio stomaco. Ora però va detto, che tra l’antipasto e il primo erano già partite le prime tre caraffe di vino, e che quando si arrivò a cambiare i piatti per i secondi, il vino cominciava già a dare i suoi effetti. Spostata sulla pastasciutta l’attenzione che fino allora si era tutta concentrata sulla sottoscritta, i grandi cominciarono a parlare tra loro di un po’ di tutto, di salute, lavoro, fino a quei fenomeni di campioni dei quiz di Mike Bongiorno, e più parlavano più mangiavano, e più mangiavano più bevevano. Giunti a metà cena l’atmosfera si era abbastanza riscaldata per via della discussione, e dei bicchieri via via rimboccati, ma soltanto quando l’ultimo bicchiere degli uomini era stato nuovamente riempito e svuotato, il discorso scivolò sul governo e la politica, e allora, solo allora, scoppiò la scintilla. Zio, che nonostante avesse spinto alquanto tra solidi e liquidi, non gli era andato giù niente di quanto aveva visto prima di cena, niente della nuova Chiesa, niente del modo di vestire del giovane prete, e allora forte della sua arte oratoria, e del timbro di voce, prese sopravvento su tutti e, c’entrava o non c’entrava coi discorsi fatti, cominciò a puntare il dito al suo dirimpettaio, a tirar fuori il Tabernacolo ricavato nel muro, le campane registrate, a dirgliene di ogni sul lampadario, sull’organo, sul vestiario, finché non s’alzò in piedi, urlante, e allora s’alzò anche l’altro, ancora più urlante, e io lì in mezzo, che mi arrivavano gli sputacchi di tutti e non c’era verso si calmassero, anzi si accendevano sempre di più. Ci provò mio padre, che appena aprì bocca venne subito zittito da zio, ché in quanto comunista non aveva diritto di parola su questioni ecclesiastiche; a quel punto, prese allora le difese di babbo il nostro prete, non democristiano, non comunista, ma in posizione mediana fra centro e sinistra, apriti cielo, zio non era più in sé, nessuno era più al suo posto, ma tutti sparpagliati per la cucina a strillarsi addosso. Nonna e mamma erano sparite portandosi dietro il servizio di piattini impilato sulla tavola e pronto per servire il dolce, che non si sa mai fossero volati. Mancò solo quello, quella sera. Ma io, che di quanto si urlavano non capivo nulla, che l’esame l’avevo passato e la Comunione perciò potevo farla come tutti i miei compagni di scuola, il dolce freddo, che mi piaceva oltremodo ma che mamma faceva solo nelle grandi occasioni, era nel frigo, li lasciai a scannarsi e andai a tuffarmi su quello, aspettando sempre più emozionata la domenica della mia Prima Comunione.

 

CESARE

cesare-foto-comunione-altareSe tutti ricordano il giorno della Prima Comunione, io vagamente, ricordo però molto bene il dopo, della mia Prima Comunione.

4 maggio 1967, pranzo presso il glorioso Hotel Bellavista di San Ginesio, con grande e assolata terrazza, vista monti. Menù a base di aperitivi e pregustativi, grande antipasto Bellavista, canne d’oro alla Ginesina, arrosto assortito alla montanara, insalata capricciosa, torta Saint Honoré, frutta di stagione, caffè Camilloni, vini dei Colli Ginesini, spumante.

Anche quel giorno, pur così importante per la mia vita di bravo cristiano, finì a schifio. Mi rovinò l’ultima voce del menù: spumante.

Quel pranzo durò sedici ore filate, non ne potevo più, ero stufo di giocare con bambini che conoscevo appena, i miei veri amici erano impegnati, come me, in altrettanti pranzi di Prima Comunione con zie e cugine. I regali che avevo ricevuto non servivano a niente: un binocolo nella sua bella custodia rigida di finta pelle per vederci cosa? braccialetti, catenine e medagliette d’oro che non avrei mai portato, un orologio che non mi piaceva, i Vangeli per ragazzi delle edizioni Paoline che non avrei mai letto, un pallone di cuoio che pesava trenta chili, che un mio cuginetto, per fare goal nella porta fatta con due vasi di gerani, diede un colpo di testa che rimase lì immobile, a fissare i Monti Sibillini, e non fu più utilizzabile per altri giochi, tanto era intontito. In effetti, devo dire, il binocolo mi tornò utile, qualche anno dopo, quando dalla mia cameretta passavo ore appostato nella speranza di vedere qualche studentessa seminuda, dalle finestre del Collegio Femminile di Santa Chiara, che avevo di fronte, a distanza di tre orti.

Stufo e annoiato come ero, ebbi l’idea, una delle mie solite idee, a cavolo insomma: sui tavoli erano rimaste decine e decine di bicchieri di spumante quasi vuoti, quasi.

Impiegai circa un’oretta a svuotarli tutti, facendo attenzione a non farmi vedere, non fu difficile, dopo la commozione, gli abbracci e gli sbaciucchiamenti in Chiesa nessuno mi filava più, erano tutti in conversazione, a bere caffè e ammazzacaffè, seduti intorno ai tavoli di vimini della panoramica terrazza, a godersi il sole di maggio, a scaldare le ossa dopo i rigori dell’inverno ginesino.

Secondo le mie stime, adulte e molto approssimative, mandai giù più di un litro di vero originale spumante italiano anni ’60, ormai caldo; bevvi da tutti i bicchieri, anche da quelli sporchi di rossetto.

Fu la mia prima volta, quel giorno fu la mia seconda prima volta, dopo la Comunione.

Mamma mia quanto sono stato male. Mi trovarono addormentato sotto un tavolo, mi tolsero la cravattuccia e mi slacciarono la camicia, zia Marietta mi faceva aria con il ventaglio, mi portarono a casa le braccia di mio padre, mi diedero per morto, ma non ero morto; il dottore ci mise sei ore per capire che ero ubriaco fradicio, pensava al peggio, malcaduco, meningite. Diede la cura: tre sedie a destra e tre sedie a sinistra, messe di schienale ai lati del mio letto da bambino.

Nonostante tutto, quella mia prima volta fu bellissima, ne serbo un vivo e caro ricordo, mai l’ho dimenticata, replicata sì, tante volte, ma la prima è stata la migliore, finora, che, il futuro, mica so cosa mi riservi.

Però oh, forse si fa peccato, non lo so, a ricordare così il giorno della propria Prima Comunione, ci vorrebbe una bella confessione, in ginocchio negli austeri e freddi confessionali della Collegiata, si scosta la tendina, intravedi il sacerdote dai buchi della grata, inizi con il Segno della Croce, e poi parli, racconti, minimizzi i tuoi peccati e dici più bugie e false verità in quei due minuti che in tutta la tua vita, ma questa è un’altra storia, un’altra bella storia di quegli anni felici…

 

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