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Le allegre donnine della Roma papalina

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di Matteo Ricucci,

dall’inedito “Caravaggio e le ombre dell’anima”

 

caravaggio-bianchini-maddalenaAnna Bianchini e Fillide Melandroni, avvenenti e affascinanti fanciulle, partite da Siena, raggiunsero Roma. Erano accompagnate dalle rispettive madri che, di comune accordo, avevano deciso di mettere a frutto la bellezza e l’avvenenza delle rispettive figlie a scopo di arricchimento. Esse avevano l’una 14 anni e l’altra 13. A Roma di quei tempi la prostituzione femminile, una delle più lucrose attività, era ampiamente diffusa e meglio tollerata dalle autorità religiose che spesso ne facevano anche ampio abuso personale. Siccome la loro presenza nelle vie e nelle piazze cittadine era diffusa e chiassosa, generando dispute rumorose per l’accaparramento dei clienti, molto spesso intervenivano gli sbirri di quartiere per ristabilire l’ordine. Il Papa, Clemente VIII, Aldobrandini, nel vano tentativo di imporre una più armoniosa e sana convivenza, decise di segregarle in un apposito ghetto da cui non potevano uscire se non con re-golari permessi delle autorità. “Fatta la legge trovato l’inganno!” Spesso di notte, tali avvenenti etére, travestite nei modi e nelle fogge più strane, evadevano dal loro lupanare per andare a divertire i ricchi e potenti clienti nei loro dorati palazzi. A volte, le ronde le intercettavano e, nel tentativo di arrestarle, scoppiavano risse da trivio che disturbavano il sonno dei cittadini. Le caravaggio-bonerisfortunate “lucciole”, catturate e sottoposte a regolari processi, venivano condannate a pubblico ludibrio: la gogna; il taglio dei capelli con relativa processione per le vie e per le piazze di Roma a dorso di somaro; o, peggio ancora, frustate pubblicamente. Tali pene, purtroppo, lasciavano tracce sul corpo e sulla coscienza delle malcapitate che spesso, pur non cambiando attività, sfoggiavano un comportamento più discreto e più appartato. L’altra fauna umana, altrettanto rissosa e attaccabrighe, era quella dei giovani pittori, piovuti nella Caput Mundi, da ogni parte dell’Europa per inseguire fama e ricchezza. E’ intuitivo che essi erano appetiti dalle belle etére che ne diventavano le amanti e le modelle dei loro dipinti. Nel 1597, Anna infatti posò per il Caravaggio il quale la ritrasse nelle vesti di “Maddalena penitente”, rivelando così, con un’acuta analisi psicologica, l’intimo tormento di tali giovani donne che si vendevano al miglior offerente e che, molto spesso, subivano persecuzioni e violenze di ogni tipo. Nel 1598 Fillide Melandroni posò invece per la “Santa Caterina d’Alessandria”, martire cristiana rappresentata nel fulgore d’una giovanile bellezza e nello splendore d’un abbigliamento ricco di ricami e di fregi da nobildonna rinascimentale che si appoggia, quasi con fiducia, a una ruota dentata della tortura, impugnando una ricca spada da parata che si suppone sia precisamente quella tanto spesso usata dal pittore per dirimere le sue divergenze con occasionali avversari. Sempre nello stesso anno, egli dipinse anche un suo ritratto, intitolato la “Cortigiana Fillide”, in cui l’artista fa rifulgere lo splendore della sua avvenenza di giovane etéra del mondo dorato della Roma bene di quei tempi, impreziosito da un profumato mazzetto di bergamotto, posto all’incrocio di un’ampia scollatura, per attrarre maliziosamente lo sguardo dello spettatore su quel suo giovane e acerbo seno per il quale impazzivano tutti gli uomini che la incrociavano lungo caravaggio-fillidele vie di Roma. Donne di tale avvenenza non erano alla portata di chiunque, perché il loro prezzo era esorbitante e, per tanto, si suppone che l’ordinazione di quel ritratto venisse da parte di qualche banchiere del Papa, forse il Marchese Vincenzo Giustiniani. Tali fanciulle, quindi, vissero, finché durò il periodo di posa, in intimità con quel pittore, giovane, focoso di carattere, il quale, nelle ore di riposo dal suo massacrante lavoro, si concedeva il lusso di bere, al calice della perversione, l’ambrosia sconvolgente dell’una o dell’altra delle compiacenti fanciulle e, forse, anche di entrambe nello stesso momento. Si afferma, inoltre, che, di tanto in tanto, egli non disdegnasse nemmeno la conturbante grazia d’una”bardassa” che qualcuno identifica in “Cecco del Caravaggio”, al secolo Francesco Boneri, magistralmente ritratto nella sua maliziosa e conturbante nudità integrale nella tela dell’ “Amore Vincitore”, commissionatogli dal marchese Vincenzo Giustiniani.

continua

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